Quasi assimilabile ad un saggio il libro tratta la condizione dei migranti da diversi punti di vista: quello di chi lascia il proprio paese giovanissima e decide di farvi ritorno in età avanzata, quello dei figli cresciuti in una realtà apparentemente ospitale ma non appagante dal punto di vista affettivo, quello di chi invece vorrebbe raggiungere i parenti credendo ciecamente nella promessa di una vera agiatezza ed infine quello di chi ha vissuto una vita di stenti nel proprio paese e teme il ritorno di chi ormai non fa più parte della famiglia. Tutti trovano poi soluzioni di ripiego per addolcire la sofferenza e superare in qualche modo tristezza e umiliazione ma in ognuna di queste condizioni si rimane sospesi in un limbo senza appartenere veramente né al luogo che si lascia né al paese di adozione; sensazione questa, di profondo smarrimento resa in modo molto efficace.
Acqua sporca
Libro vincitore del Premio Campiello Opera Prima 2026Incluso nella dozzina finalista del Premio Strega 2026
«La casa è sempre in un luogo dove noi non siamo, dove eravamo: è più un tempo che uno spazio - la casa esiste solo nell'imperfetto.»
«Con una voce narrante mobile, che passa con disinvoltura dalla terza persona all'io di Ayesha, Uyangoda coniuga il personale con il politico, la denuncia storica e sociale con l'introspezione, il realismo rigoroso con le suggestioni magiche di un Paese in cui sopravvivono credenze ataviche» - Marzia Fontana, La Lettura
Intrecciando la storia tumultuosa dello Sri Lanka e lo sfondo della provincia italiana, le vite di quattro donne si inerpicano lungo sentieri lastricati di rancore, rabbia e amarezza, mentre tentano di andare avanti ritornando indietro, a casa.
«Ho letto Acqua sporca con grande ammirazione ed entusiasmo. Nadeesha Uyangoda toglie la polvere a tematiche sempre più presenti nella narrativa italiana – straniamento, famiglie vere o immaginate e questioni di classe – offrendo un’esperienza letteraria precisa, fresca, pienamente contemporanea e consapevole dei suoi mezzi».
Claudia Durastanti
«Acqua sporca è un grande affresco familiare italiano ambientato in Italia e in Sri Lanka, con una lingua letteraria ricchissima e uno sguardo sociologico particolarmente acuminato, ricco di compassione ma privo di pietà. Dalla specificità di una storia di migrazione Uyangoda riesce a far emergere un’immagine molto più vasta e complessa del mondo di oggi, nelle sue questioni civili, politiche e identitarie più brucianti».
Vincenzo Latronico
Dopo trent’anni trascorsi in Italia, Neela ha deciso di tornare in Sri Lanka. Come l’attrazione gravitazionale della Luna, questa scelta genera maree che si ritirano dalle coste della sua famiglia, scoprendo ansie radicate nelle menti e spiriti ancestrali imprigionati nei corpi. Sull’isola, sua sorella Himali cresce una figlia sul modello di un ideale politico, con un marito fantasma, ex militante comunista immigrato senza documenti in Europa. Pavitra, la sorella più piccola, alle spalle un matrimonio insapore, si aggira come uno spettro in un appartamento non suo, soffrendo la povertà che l’ha costretta a dare in pegno l’unica ricchezza che possedeva. Ayesha, la figlia di Neela, vive a Milano una vita sgretolata, precaria, senza mai riuscire a «trovare né la soddisfazione morale né la compensazione economica». Una storia famigliare ambientata tra il presente e il passato, tra due spazi geografici che sradicano e frammentano, tra un Paese in cui è difficile provare a realizzare i propri sogni e uno in cui la magia e il mito pervadono ancora ogni cosa.
Proposto da Gaia Manzini al Premio Strega 2026 con la seguente motivazione:«Viviamo in un mondo in movimento, un’epoca dove una persona su sette ha lasciato il proprio luogo di origine. È una condizione universale e intima insieme, che implica una lacerazione e un inconsolabile senso di estraneità. Acqua sporca, il romanzo di Nadeesha Uyangoda, è una storia famigliare e un’epopea di donne: Neela e Ayesha che vivono in Italia; Himali, Pavitra e Hirunika che sono rimaste in Sri Lanka. La vita di chi emigra è un’odissea dove Itaca non corrisponde necessariamente a un ritorno, ma è un punto fermo per non impazzire, per resistere all’indigenza e alimentare la certezza – o l’illusione – che nel paese lasciato sia rimasta una traccia di sé: qualcosa “che dimostri che si è esisti quando, altrove, si è stati indaffarati a non esserlo”. Uyangoda si avvale di una lingua sinuosa che accoglie nella sua sintassi il continuo movimento di questa nostra contemporaneità. Mescola lessico e culture diverse a nuovi punti di vista, ma soprattutto parla di un’idea più autentica d’identità, lontana dagli stereotipi culturali. Come sa Ayesha, la giovane artista di questa storia, l’identità prescinde dalle generalizzazioni. È qualcosa di fluttuante e lenticolare, sempre in transizione, perché è la transizione la parte più avvincente e l’ibridazione il luogo più vero di ogni esistenza.»
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Anno edizione:2025
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Patrizia 15 gennaio 2026
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